L’austerità (da sola) costa troppo
Va bene, Angela Merkel ha ottenuto il fiscal compact come voleva lei (con qualche attenuazione che potrebbe far bene all’Italia), sul Fondo salva stati non ha scucito un euro in più, e ha minacciato di mandare un messo dominico ad Atene, come se non bastasse aver spinto alla guida del governo Lucas Papademos, ex governatore della Banca di Grecia e vicepresidente della Banca centrale europea. D’accordo, il vertice straordinario della Ue si è chiuso con un successo tedesco. Ma adesso?
22 AGO 20

Va bene, Angela Merkel ha ottenuto il fiscal compact come voleva lei (con qualche attenuazione che potrebbe far bene all’Italia), sul Fondo salva stati non ha scucito un euro in più, e ha minacciato di mandare un messo dominico ad Atene, come se non bastasse aver spinto alla guida del governo Lucas Papademos, ex governatore della Banca di Grecia e vicepresidente della Banca centrale europea. D’accordo, il vertice straordinario della Ue si è chiuso con un successo tedesco. Ma adesso? Perché la vera questione è questa: cosa cambia in concreto nel breve periodo? Non cambia nulla, certo non in meglio, se l’Unione europea cammina indietro come i gamberi. S&P’s prima, poi Fitch e Moody’s, hanno detto chiaramente che i loro giudizi negativi sui debiti sovrani (ormai tutti ad eccezione di Germania, Olanda, Finlandia) sono altrettante bocciature di un’austerità senza crescita, politiche di rigore che s’avvitano su se stesse e portano alla recessione. Se Atene non è riuscita a centrare i risultati di bilancio lo scorso anno, non è perché ha di nuovo truccato i conti, ma perché è in coma profondo. E che dire del Portogallo? Non ha mai imbrogliato ed è finito nella corsia preferenziale che porta al default. Quanto all’Italia, nonostante i correttivi promessi, ce la farà a tagliare ogni anno tre punti di prodotto lordo dal bilancio pubblico, senza cadere in depressione?
All’urgenza dei fatti s’aggiunge quella delle idee. Dai più potenti e autorevoli uomini della finanza ai maggiori economisti e commentatori internazionali, il coro è ormai crescente: bisogna cambiare marcia. E non è più il solito Paul Krugman, impegnato in una vera e propria crociata. Robert Shiller che non è un keynesiano e ha un approccio per così dire centrista, dopo aver esaminato attentamente i pro e i contra delle strette fiscali conclude: “Giudicando dalle prove che abbiamo, i programmi di austerità in Europa e altrove sembrano fornire risultati deludenti”. Non è da qui che può ripartire il cammino verso la prosperità. Shiller, al quale si deve l’indice del mercato immobiliare americano, cita uno studio di Alberto Alesina che, analizzando le politiche del passato nega ogni equazione necessariamente negativa tra austerità e sviluppo. E tuttavia, persino Alesina, per il quale il debito è nemico della crescita, oggi spiega, insieme a Francesco Giavazzi, che la via giusta è tagliare la spesa, non alzare le tasse.
Anche il Davos consensus è scosso dalle fondamenta. L’élite internazionale che per anni ha lanciato dal pulpito, come fossero verità assolute, delle mere aspirazioni o convincimenti del tutto convenzionali, questa volta si guarda intorno smarrita e si chiede se gli abbagli delle bolle hanno generato troppe balle. Larry Summers, ex segretario al Tesoro, ospite fisso del Forum e globalista d’antan, ha sentenziato che “il ritorno a finanze pubbliche sane presuppone un livello di crescita ragionevole, il quale non potrà essere raggiunto in periodi di austerità di bilancio. Dunque, attaccare soltanto i disavanzi non è sufficiente”, anzi, genera un circolo vizioso. David Cameron, fiero assertore dell’austerità, cerca di sfuggire alla morsa con la moneta battuta a iosa dalla Bank of England (e mantenendo per la verità disavanzi pubblici molto elevati rispetto alla media europea). Berlino, invece, vuole sia una politica fiscale austera sia una politica monetaria restrittiva. Ecco il punto. Se il governo stringe, la banca centrale deve allentare, se l’uno chiude l’altra deve aprire i rubinetti affinché il risanamento dei bilanci pubblici non incida sull’attività economica. Questo è lo schema per evitare una deflazione senza gonfiare il debito. Il rapporto inverso vale quando il bersaglio è l’inflazione. Non tanto la teoria, ma la pratica degli ultimi decenni lo ha dimostrato in modo chiaro.
Così, la mossa di Draghi che ha fornito prestiti alle banche per un ammontare illimitato, a un costo minimo (appena l’un per cento), è stata l’unica decisione di politica economica e monetaria che finora ha funzionato. Il fondo d’emergenza, utilizzato per meno di 500 miliardi, potrebbe adesso arrivare a mille. Si dice che le banche usano questa liquidità per guadagnarci su e non per prestarla alle imprese. Ma indirizzare i flussi monetari non è compito della Bce. In ogni caso, oggi la febbre sui mercati è un poco scesa. Mentre due anni di chiacchiere ed errori sulla Grecia hanno trasformato in una bomba a orologeria un problema minore che riguardava il 2 per cento del prodotto lordo e il 4 per cento del debito europeo. Aspettando che la pressione internazionale convinca i tedeschi a chiudere la tragedia greca, aumentare il Fondo salva stati e dare via libera agli Eurobond, non resta che appellarsi ancora una volta alla Bce. Quale altra cartuccia potrebbe sparare, senza violare lo statuto e senza provocare la suscettibilità germanica? Potrebbe fissare un tetto allo spread, per esempio. La Svizzera lo ha fatto con il cambio del franco e ha ottenuto il risultato senza spendere un centesimo: è bastato l’annuncio per far arretrare la speculazione. Può funzionare anche su scala europea, ora che i paesi a rischio stanno mettendo a punto le politiche economiche più adeguate.
Certo, sarebbe meglio adottare fino in fondo il modello anglo-americano e usare la banca centrale come prestatore di ultima istanza anche per gli stati, tuttavia le munizioni non mancano pur con gli attuali assetti istituzionali. L’ex primo ministro francese Michel Rocard ha suggerito un meccanismo ingegnoso: prestare non direttamente ai governi, ma a soggetti finanziari pubblici nazionali come la cassa depositi e prestiti o comunitari come la Banca europea per gli investimenti. Saranno questi, poi, a girare i fondi ai governi, con tassi minimi, per consentire loro di riacquistare i titoli. Rocard, a sostegno della sua tesi, fa l’esempio dell’Italia il cui bilancio presenta già un’eccedenza primaria al netto degli interessi. Non dovendo pagare tassi tanto elevati, potrebbe aggiustare il bilancio senza provocare una rovinosa caduta del reddito e dell’occupazione. E incalza: “Se la Bce vuole davvero essere fedele ai trattati, deve fare di tutto, proprio tutto, affinché il prezzo del debito pubblico si riduca”. Mario Draghi lo sa e prepara le armi. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, lo sa, ma fa orecchie da mercante. E Angela Merkel?
All’urgenza dei fatti s’aggiunge quella delle idee. Dai più potenti e autorevoli uomini della finanza ai maggiori economisti e commentatori internazionali, il coro è ormai crescente: bisogna cambiare marcia. E non è più il solito Paul Krugman, impegnato in una vera e propria crociata. Robert Shiller che non è un keynesiano e ha un approccio per così dire centrista, dopo aver esaminato attentamente i pro e i contra delle strette fiscali conclude: “Giudicando dalle prove che abbiamo, i programmi di austerità in Europa e altrove sembrano fornire risultati deludenti”. Non è da qui che può ripartire il cammino verso la prosperità. Shiller, al quale si deve l’indice del mercato immobiliare americano, cita uno studio di Alberto Alesina che, analizzando le politiche del passato nega ogni equazione necessariamente negativa tra austerità e sviluppo. E tuttavia, persino Alesina, per il quale il debito è nemico della crescita, oggi spiega, insieme a Francesco Giavazzi, che la via giusta è tagliare la spesa, non alzare le tasse.
Anche il Davos consensus è scosso dalle fondamenta. L’élite internazionale che per anni ha lanciato dal pulpito, come fossero verità assolute, delle mere aspirazioni o convincimenti del tutto convenzionali, questa volta si guarda intorno smarrita e si chiede se gli abbagli delle bolle hanno generato troppe balle. Larry Summers, ex segretario al Tesoro, ospite fisso del Forum e globalista d’antan, ha sentenziato che “il ritorno a finanze pubbliche sane presuppone un livello di crescita ragionevole, il quale non potrà essere raggiunto in periodi di austerità di bilancio. Dunque, attaccare soltanto i disavanzi non è sufficiente”, anzi, genera un circolo vizioso. David Cameron, fiero assertore dell’austerità, cerca di sfuggire alla morsa con la moneta battuta a iosa dalla Bank of England (e mantenendo per la verità disavanzi pubblici molto elevati rispetto alla media europea). Berlino, invece, vuole sia una politica fiscale austera sia una politica monetaria restrittiva. Ecco il punto. Se il governo stringe, la banca centrale deve allentare, se l’uno chiude l’altra deve aprire i rubinetti affinché il risanamento dei bilanci pubblici non incida sull’attività economica. Questo è lo schema per evitare una deflazione senza gonfiare il debito. Il rapporto inverso vale quando il bersaglio è l’inflazione. Non tanto la teoria, ma la pratica degli ultimi decenni lo ha dimostrato in modo chiaro.
Così, la mossa di Draghi che ha fornito prestiti alle banche per un ammontare illimitato, a un costo minimo (appena l’un per cento), è stata l’unica decisione di politica economica e monetaria che finora ha funzionato. Il fondo d’emergenza, utilizzato per meno di 500 miliardi, potrebbe adesso arrivare a mille. Si dice che le banche usano questa liquidità per guadagnarci su e non per prestarla alle imprese. Ma indirizzare i flussi monetari non è compito della Bce. In ogni caso, oggi la febbre sui mercati è un poco scesa. Mentre due anni di chiacchiere ed errori sulla Grecia hanno trasformato in una bomba a orologeria un problema minore che riguardava il 2 per cento del prodotto lordo e il 4 per cento del debito europeo. Aspettando che la pressione internazionale convinca i tedeschi a chiudere la tragedia greca, aumentare il Fondo salva stati e dare via libera agli Eurobond, non resta che appellarsi ancora una volta alla Bce. Quale altra cartuccia potrebbe sparare, senza violare lo statuto e senza provocare la suscettibilità germanica? Potrebbe fissare un tetto allo spread, per esempio. La Svizzera lo ha fatto con il cambio del franco e ha ottenuto il risultato senza spendere un centesimo: è bastato l’annuncio per far arretrare la speculazione. Può funzionare anche su scala europea, ora che i paesi a rischio stanno mettendo a punto le politiche economiche più adeguate.
Certo, sarebbe meglio adottare fino in fondo il modello anglo-americano e usare la banca centrale come prestatore di ultima istanza anche per gli stati, tuttavia le munizioni non mancano pur con gli attuali assetti istituzionali. L’ex primo ministro francese Michel Rocard ha suggerito un meccanismo ingegnoso: prestare non direttamente ai governi, ma a soggetti finanziari pubblici nazionali come la cassa depositi e prestiti o comunitari come la Banca europea per gli investimenti. Saranno questi, poi, a girare i fondi ai governi, con tassi minimi, per consentire loro di riacquistare i titoli. Rocard, a sostegno della sua tesi, fa l’esempio dell’Italia il cui bilancio presenta già un’eccedenza primaria al netto degli interessi. Non dovendo pagare tassi tanto elevati, potrebbe aggiustare il bilancio senza provocare una rovinosa caduta del reddito e dell’occupazione. E incalza: “Se la Bce vuole davvero essere fedele ai trattati, deve fare di tutto, proprio tutto, affinché il prezzo del debito pubblico si riduca”. Mario Draghi lo sa e prepara le armi. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, lo sa, ma fa orecchie da mercante. E Angela Merkel?